La vita agra

La vita agra

by Luciano Bianciardi

Solo una appare non inglobata, quella Anna di cui lui, già sposato con Mara rimasta al paese con il pargolo, si innamora perdutamente, per reazione e perché tanta è la differenza rispetto alle altre.In concomitanza con la conoscenza di questa compagna di vita iniziano le pagine più autenticamente rivoluzionarie con una visione libera totalmente della vita sessuale, con un richiamo forte a un amore fisico secondo natura, scevro dallossessiva pubblicità che sembra dare e invece toglie tutto, in una satira della classe dirigente come prima non si era mai scritta.Nellattesa, sempre più disillusa, di arrivare a far saltare non solo il torracchione, ma il coperchio di potere che schiaccia la città, il protagonista, per mantenere sé, la sua compagna e la famiglia, è costretto a lavorare, a fare il traduttore di testi letterari che, nella realtà, come ebbe a dire Bianciardi, divenne poi la sua effettiva occupazione.E un lavoro duro, non valutato adeguatamente, in cui un intellettuale preparato, impegnato ore e ore, finisce presto in preda allamarezza, a quella vita agra che dà il titolo al libro.

Sono pagine intense, anche di profonda commozione e che riescono a dare la misura del disagio esistenziale.

  • Language: Italian
  • Category: Fiction
  • Rating: 4.12
  • Pages: 197
  • Publish Date: April 2002 by Bompiani
  • Isbn10: 8845249115
  • Isbn13: 9788845249112

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Il torracchione, come il narratore protagonista chiama il grattacielo, diventa il simbolo del potere che si annida a Milano, città di affari economia soldi: deve saltare in aria con la giusta combinazione di aria e metano, proprio comè avvenuto per lo scoppio del grisù in miniera. La grande città è un mostro dalle mille braccia che piano piano ingloba, appiattisce, distrugge gli ideali, trasforma in apatici e rassegnati: Bastano pochi mesi perché chiunque si trasferisca qui si svuoti dentro, perda linfa e sangue, diventi guscio: tra venti anni tutta lItalia si ridurrà come Milano. Bianciardi-Bardamu lancia invettive contro la società del miracolo economico il cui unico scopo è generare bisogni superflui, per rendere luomo schiavo dinutili desideri che non riuscirà a soddisfare, proprio come in un classico girone infernale, per diventare produttori e consumatori e contare solo in quanto tali, irretiti dal miraggio del benessere, in realtà stritolati dallinumanità dei ritmi e dei rapporti. Pagine indimenticabili: la partenza degli operai alla sera dalla stazione Centrale di Milano; la differenza tra dané e grana; il lavoro di traduttore con le correzioni della capoufficio; le segretariette, come agiscono e come parlano: lamore fisico, una rivoluzione che lascia svuotati; i tragitti in tram La chiamano nebbia, se la coccolano, te la mostrano, se ne gloriano, come di un prodotto locale.

Caro amico ti scrivo Assistetti tempo fa al discorso che il direttore del personale della società per cui lavoro tenne a una trentina di ragazzi impettiti che erano risultati idonei all'assunzione. Alla sera o alla domenica vi chiederete cosa fare, ma visto che vi troverete magari a tre o quattrocento chilometri di distanza dal primo paese che si possa chiamare tale, non andrete da nessuna parte e per qualche mese non farete altro che lavorare. E al ritorno acquisterete una bella casa, che vi obbligherà a lavorare ancora per ripagarla. "Io non capisco tanta gente che sgobba per farsi la casa bella nella città dove lavora, e quando se l'è fatta sgobba ancora per comprarsi l'automobile e andare via dalla casa bella." La costruzione di bisogni è il fulcro della nostra società, che, basata su squilibri, riesce a sopravvivere solo se dinamicamente in movimento. E Bianciardi è lucido nella sua previsione del futuro "Sembra che tutti ci credano, a quest'altro miracolo balordo. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l'un con l'altro dalla mattina alla sera." Ma se da una parte Bianciardi è grande ad aprire la mente e a spingerci a riflettere su quel "pilota automatico" che inseriamo quotidianamente senza che ci sia chiara la rotta impostata, meno gradevole e logico per me è il Bianciardi uomo, che visto che non riesce a primeggiare nella metropoli si limita a deriderne i ritmi (e ci sta), le persone che ci abitano (e ci sta di meno), le donne (e non ci sta affatto, approccio proprio sessista), l'accento della parlata (che facciamo, ironizziamo sui dialetti? Peccato che questo sognare, che mi ha ricordato molto la canzone "Caro amico ti scrivo" di Lucio Dalla, non porti proprio a nulla.

Storia di un impiegato Sarà che ieri è stato quel giorno di vent'anni fa di cui tutti parlano, ma io non ho fatto che pensare a questa canzone* da quando ho iniziato a leggerlo.

in questo romanzo come del resto nella vita, bianciardi scelse come attori gli ideali e gli impeti spericolati da una parte, e la tentazione del televisore comprato a rate dall'altra. bianciardi sta inventando, io almeno l'ho pensata così, anche se il dettaglio stona perché per il resto parla proprio di brera comè: la biblioteca braidense, la pelota basca di via palermo (riposi in pace, una prece, ndr) o quel bar delle antille che poi sarebbe il giamaica.

"Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima." L'altro giorno in office, nel mezzo del fermento lavorativo, il mio compagno di banco, coevo, piemontese, ex sindaco di un paesino delle Langhe, persona di gran spirito ed ironia, entrato in azienda da poco, riceve una telefonata che da subito si intuisce essere particolare. "Scusi, questo numero era prima assegnato ad un collega che purtroppo è defunto" ... Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l'un con l'altro dalla mattina alla sera." Ma santo cielo, la vita del narratore era poi così agra? Il mondo non può essere abitato solo da donne grasse e perpetuamente gravide, come pare auspicare Bianciardi, e nel caso io personalmente mi dissocerei da quel sogno. Due, tre volte all'anno vedi il cielo longobardo, così bello quando è bello" Ecco, forse la vita e le cose, bisogna anche un po' cercare di guardarle con quelli occhiali lì, quelli che ti fanno vedere il cielo longobardo così bello e il Monte Rosa.

Dietro un tono scanzonato e una parvenza che hanno tutta l'aria di un divertissement, una cosa che lui stesso definisce "fare il verso a Querouaques", Bianciardi ha la stessa densità di un muro di mattoni pieni e mi fa un po' l'effetto di essere andata a sbatterci contro a 60 km/h: denso di temi, di lungimiranza, di vita reale, di ironia, di storia, di cultura e citazioni, di economia e società, di vita bohémienne e ancora: la mercificazione della vita e dei desideri dell'uomo; l'alienazione come diretta conseguenza del capitalismo; la rassegnazione di una vita all'interno di questi ingranaggi; l'ipocondria; il settore terziario o "quartario" che somiglia sempre di più alla politica; la vita negli uffici italiani con capi, capetti e segretarie, dove "il metodo di successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere"; l'inquinamento; i supermercati e gli acquisti a rate; i venditori porta a porta; i medici che "sono sempre stregoni, stregoni cattolici per giunta"; ed ovviamente il celeberrimo boom economico, questo presunto miracolo italiano che in effetti del miracolo non ha proprio nulla il tutto senza una trama vera e propria: "direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un'ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla". Per una volta il retro di copertina ha colto nel segno: la contraddizione tra il desiderio di opporsi al sistema (politico, sociale, economico) per spaccare tutto, e il desiderio/bisogno di essere accettati dagli altri e dal sistema stesso: fare vita di sezione (del partito), fare vita di quartiere, entrare "in un certo giro" per migliorare la posizione lavorativa. O forse, per esser del tutto sincera, non arrivo a cinque stelle perché ci sono tantissime, troppe somiglianze tra i pensieri qui esposti dall'autore e le cose che io sempre dico o a volte penso senza permettermi di dirle ad alta voce.

Il monologo intimo e universale dell'autore maremmano rappresenta il destino che accomuna gli esseri umani di fronte alla disumanizzazione del progresso, quella disintegrazione delusa e vana che fa corrispondere le persone, nello stile di vita e nelle relazioni, a larve, ectoplasmi, automi, gusci: quel senso di annullamento e sparizione che porta alla perdita di empatia e solidarietà e all'autodistruzione.

Mirabili certe caratterizzazioni, non dei personaggi, ma delle ossessioni dei milanesi, visti come antesignani di quel pregresso economico che sicuramente ci stritolerà. Detto da una milanese emigrata altrove, ci ho visto molti difetti che spesso chiamiamo virtù, che pensiamo ci rendano migliori perché più capaci, più produttivi, più furbi del resto dItalia più indolente, più lento, ma a volte più umano, quando, come ha anticipato Bianciardi, non siamo riusciti a far diventare tutti gli italiani come noi.

Anche il tema del libro, che si cala nella Milano degli anni a cavallo tra i 50 e i primi 60 del secolo scorso descrivendo laltra faccia di quelli che furono definiti gli anni del boom, quella più amara, del prezzo che fu pagato per la conquista di quel progresso aprendoci gli occhi sulle storture sulle quali veniva costruito, è di nuovo oggi (specialmente oggi) straordinariamente attuale. E poi come il protagonista-narratore che alla fine si perde nel suo tentativo di sopravvivere in questa Milano grigia, fumosa, perennemente umida, indifferente e ostile, soffocata dalla fretta e dalla morsa della grana (quella che bisognerà pur fare) e il danè (quello che bisogna sempre sborsare), nella quale era giunto per compiere un atto eroico e rivoluzionario, vendicativo in onore dei morti nel disastro della miniera toscana di Ribolla del 54, vittime sacrificali di quella logica del profitto che ancora oggi genera martiri del lavoro, anche il lettore (almeno io) si perde un po in questo smarrimento di orizzonti, che domina tutta la seconda parte del libro, quella che descrive (con grande efficacia, questo certamente) la vita quotidiana, ripetitiva, strascicata e certamente agra del personaggio narrante, rendendo il romanzo un posbilanciato rispetto al suo più scoppiettante inizio. Forse è un respiro più ampio, slegato da un tempo e da uno spazio ristretto e rinchiuso nella contemplazione di se stesso, quel vento che permette allaria di circolare rendendo ancora attuale e vivo il libro e non solo il suo tema principale.

Frattanto, nel giugno del 54, egli è emigrato a Milano per diventare redattore della nascitura casa editrice Feltrinelli; vi rimane sino al 57, poi è licenziato per difficoltà di adattamento al lavoro. Se Il lavoro culturale descrive la vita grossetana tra la fine degli anni 40 e linizio del decennio successivo con toni che fanno pensare al Fellini de I vitelloni (1953), Lintegrazione trascorrecon efficacia dai riti della provincia ai ritmi della metropoli, mentre La vita agra - uno dei libri fondamentali di quegli anni, portato sulgrande schermo nel 64 da Carlo Lizzani - descrive il periodo del boom con pungente cattiveria, disegnando il ritratto dun paese alla trafelata ricerca del benessere e di una città, Milano, fin angosciante nella sua vocazione allalienazione produttiva costi quel che costi, a un insensato correre.